Ortopedia oggi, dall’alluce valgo alle protesi del ginocchio: tecniche mini-invasive, recuperi più rapidi e chirurgia sempre più mirata

Dott. Fini

Dopo anni in cui molte patologie ortopediche venivano affrontate con interventi più “pesanti” e recuperi lunghi e dolorosi, oggi la chirurgia ortopedica è cambiata: procedure più mirate e protocolli più strutturati possono ridurre dolore e tempi di ripresa. Ne parliamo con Massimiliano Fini, medico chirurgo specialista in ortopedia e traumatologia ad Avezzano (AQ).

Dottor Fini, negli ultimi anni, quali sono le principali novità nella cura delle patologie di piede e ginocchio?

C’è stata sicuramente un’evoluzione importante, sia negli strumenti sia nell’approccio. Oggi disponiamo di impianti più evoluti, tecniche più precise e, in diversi casi, soluzioni mini-invasive che riducono il trauma sui tessuti e rendono la ripresa più veloce e gestibile. Questo non significa “fare meno”, ma scegliere l’intervento giusto per il paziente giusto. E quando una persona capisce che esistono opzioni meno invasive, spesso affronta la decisione con maggiore serenità.

Partiamo dall’alluce valgo: che cosa deve sapere una paziente prima di decidere?

La prima cosa è capire che non si tratta solo di un problema estetico, ma di una deformazione dell’articolazione che può provocare dolore, infiammazione e difficoltà nella camminata. Colpisce più spesso le donne e, nelle fasi iniziali, si possono indossare plantari, calzature adeguate e, in alcuni casi, tutori che aiutano a gestire i sintomi, ma che non “raddrizzano” l’articolazione quando la deformità è ormai consolidata. Per questo, è importante che la paziente non aspetti, ma si faccia valutare quando i sintomi iniziano a interferire con la vita quotidiana: intervenire su un quadro ancora “gestibile” può rendere più lineare la scelta terapeutica e la ripresa.

Oggi, quali tecniche si usano per l’intervento all’alluce valgo?

In casi selezionati, possiamo intervenire con approcci mini-invasivi pensati per ridurre il trauma sui tessuti. Nella nostra pratica utilizziamo una tecnica che evita mezzi di sintesi metallici: la correzione avviene attraverso una piccola incisione sul dorso del piede e con l’inserimento di un pin in acido polilattico (PLA), un materiale che si integra nell’osso e poi si riassorbe. Anche il controllo del dolore è parte del protocollo: l’anestesia locale mirata può garantire analgesia per 48–72 ore e ridurre il ricorso agli antidolorifici.

Si può camminare quasi subito: è davvero così?

Nel nostro protocollo sì: la paziente, dopo l’intervento, può riprendere a camminare già nel pomeriggio con una scarpa post-operatoria. Tuttavia la ripresa prosegue sempre per gradi.

Passiamo al ginocchio: quando il dolore fa pensare alla gonartrosi?

Quando il dolore non è solo “da sforzo”, ma diventa ricorrente e si associa a rigidità e limitazione nei movimenti. L’artrosi del ginocchio, o gonartrosi, è legata alla progressiva perdita di cartilagine e spesso si presenta con un andamento tipico: può fare male anche a riposo e poi migliorare un po’ quando l’articolazione “si scalda” con i primi movimenti, un segnale compatibile con una componente infiammatoria. In ogni caso, non tutti i dolori al ginocchio significano la stessa cosa: contano la rigidità, la riduzione della mobilità e soprattutto quanto i sintomi incidono sulla vita quotidiana.

Quali sono i fattori che possono favorire o accelerare questa usura?

L’ereditarietà è un elemento da considerare: se c’è una predisposizione “di famiglia”, il rischio aumenta. Poi conta lo stile di vita, compresa la pratica sportiva protratta per anni: sport da contatto o usuranti, come calcio, tennis e rugby, possono lasciare segni sull’articolazione e, spesso, intorno ai 40–50 anni iniziano i primi problemi. Un ruolo importante lo ha anche il peso: il sovraccarico aumenta lo stress sulle articolazioni.

Prima della chirurgia, quali terapie conservative hanno più senso?

Dipende dal quadro clinico, dall’età e dagli obiettivi realistici. Tra le opzioni ci sono le infiltrazioni con acido ialuronico e le terapie con fattori di crescita: il PRP, ad esempio, prevede un prelievo di sangue, la centrifugazione e l’utilizzo del gel piastrinico, che in alcuni pazienti può ridurre l’infiammazione. L’acido ialuronico, invece, viene usato come supporto al liquido sinoviale e, quando la situazione lo consente, si può programmare in cicli. Inoltre possono essere consigliati i condroprotettori, cioè degli integratori. Detto questo, nessuna terapia “funziona da sola”: se il paziente non affianca un lavoro personale su carichi, peso e stile di vita, il beneficio tende a non consolidarsi. Serve una gestione complessiva, spesso con esercizio mirato e il supporto di altre figure come il fisioterapista e il nutrizionista.

In quali casi si arriva alla chirurgia protesica del ginocchio?

Quando le terapie conservative non bastano più e il dolore, la rigidità e la limitazione nei movimenti iniziano a compromettere in modo significativo la qualità di vita. In genere ci si arriva per gradi e spesso è lo stesso paziente, dopo aver tentato infiltrazioni e fisioterapia, a chiedere di valutare una soluzione chirurgica perché la qualità di vita sta peggiorando.

Oggi bisogna davvero “cambiare tutto”?

Non sempre. Il ginocchio ha comparti diversi (mediale, laterale e femoro-rotuleo) e in alcuni pazienti l’usura è concentrata in uno solo. In questi casi si può valutare una protesi monocompartimentale, la mini-protesi: si preserva più osso, si mantengono strutture utili alla stabilità e spesso si recupera prima. A volte il paziente arriva convinto della protesi totale e scopre che può bastare un impianto più piccolo, con meno perdita di osso e spesso anche meno sangue.

Che cosa serve davvero nel post-operatorio per recuperare bene?

Conta impostare la ripresa senza forzature. In genere si inizia a muovere il ginocchio e a fare i primi passi già nelle prime ore o dal giorno successivo, con una progressione controllata. Anche l’anestesia selettiva aiuta a gestire meglio il dolore nelle prime fasi. Da lì in poi, la riabilitazione va costruita con metodo: il fisioterapista è fondamentale e deve lavorare in tandem con il chirurgo, perché il dialogo tra chi opera e chi segue la rieducazione fa la differenza sul recupero e sulla qualità del risultato.

Un’ultima domanda: quanto conta il rapporto con il medico?

Tantissimo, perché incide sulla tenuta del percorso: sentirsi ascoltati, avere indicazioni chiare e poter chiarire dubbi riduce le incertezze e aiuta a seguire meglio le tappe della ripresa. Quando c’è fiducia, anche la gestione dell’attesa, del dolore e dei tempi di recupero diventa più sostenibile. Per questo cerco sempre di fare il medico prima del chirurgo: l’empatia con il paziente è parte del mio lavoro.

www.massimilianofini.it

Chi è Massimiliano Fini

Massimiliano Fini è medico chirurgo, specialista in Ortopedia e Traumatologia. Laureato presso Università degli Studi dell'Aquila nel 2006, ha conseguito la specializzazione nel 2012. Svolge la sua attività ad Avezzano (presso Medilab e la Clinica Di Lorenzo) e collabora con la Clinica Quisisana a Roma, Villa Letizia a L'Aquila e la Clinica San Marco ad Ascoli Piceno. Si occupa, tra le altre attività, di chirurgia mini-invasiva del piede (alluce valgo) e del ginocchio, chirurgia protesica del ginocchio, artroscopia, ecografia muscoloscheletrica e procedure infiltrative eco-guidate.

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