Tecnologie sempre più evolute e edifici che nel tempo diventano più articolati, tra ristrutturazioni e interventi di efficientamento, hanno reso meno efficace l’approccio standard alla progettazione degli impianti, perché oggi le prestazioni reali dipendono dall’equilibrio tra macchina, distribuzione e caratteristiche dell’edificio. Negli ultimi anni il modo di progettare climatizzazione e riscaldamento è cambiato proprio in questa direzione, richiedendo una lettura più integrata del sistema. Ne parliamo con Riccardo Boniforti, direttore tecnico di Boniforti Srl, azienda con sede in provincia di Bergamo attiva da oltre quindici anni nella progettazione e realizzazione di impianti tecnologici civili e industriali
Quanto è cambiato il modo di progettare un impianto?
È cambiato il punto di partenza, perché oggi un impianto non può più essere considerato un elemento separato dall’edificio ma deve essere letto come parte integrante dell’insieme, visto che comfort e consumi dipendono dall’equilibrio tra generazione, distribuzione del calore o dell’aria, involucro edilizio e modalità di utilizzo degli spazi. Se questo equilibrio non viene valutato correttamente fin dall’inizio, anche un sistema tecnologicamente avanzato può non garantire le prestazioni attese.
Vale anche per le abitazioni private?
Assolutamente sì, perché se negli impianti industriali la complessità è evidente, nelle abitazioni spesso è meno percepita ma comunque presente, soprattutto quando si interviene con ristrutturazioni, modifiche agli spazi o miglioramenti dell’isolamento che cambiano le condizioni iniziali per cui l’impianto era stato pensato. In questi casi il sistema continua a funzionare, ma può perdere efficienza o generare squilibri che nel tempo si traducono in maggiori consumi o comfort non uniforme.
Quali sono gli errori più frequenti?
Molti malfunzionamenti non dipendono da guasti veri e propri ma da errori iniziali di dimensionamento o di integrazione con l’edificio, come portate non corrette, distribuzioni non bilanciate o valutazioni incomplete del carico termico, che nel tempo possono determinare ambienti con temperature diverse o prestazioni non coerenti con le aspettative. Intervenire solo sul componente che manifesta il problema, in questi casi, rischia di risolvere il sintomo senza affrontare la causa.
Perché rivolgersi a un’azienda strutturata e non al singolo tecnico?
Perché quando la criticità è sistemica serve una lettura progettuale dell’insieme e non un intervento limitato al punto in cui si manifesta il disservizio, e questo richiede competenze integrate e un metodo di analisi che tenga conto di tutti gli elementi che compongono l’impianto. Chi lavora abitualmente su impianti complessi, anche industriali, sviluppa un approccio orientato all’equilibrio globale del sistema, che può essere applicato con efficacia anche al settore residenziale.
Che ruolo ha oggi la manutenzione?
La manutenzione non può più essere considerata solo un’attività di riparazione, ma diventa uno strumento di verifica continua del funzionamento dell’impianto, perché attraverso controlli programmati si possono individuare segnali di squilibrio o inefficienza prima che si trasformino in problemi strutturali. In molti casi è proprio questa analisi periodica a far emergere che l’impianto, pur funzionando, non è più pienamente coerente con l’evoluzione dell’edificio o delle esigenze degli utenti.
Quando si capisce che serve ripensare l’impianto?
Quando si registrano consumi in aumento, temperature instabili o interventi ricorrenti su componenti diversi che non risolvono definitivamente la situazione, è probabile che il problema non riguardi il singolo elemento ma l’impianto nel suo insieme, e in questi casi può essere utile rivedere il sistema in chiave progettuale invece di proseguire con interventi parziali che offrono soluzioni solo temporanee.
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