In una società in cui i problemi di udito sono spesso percepiti come uno stigma e l’informazione si concentra quasi esclusivamente sulla protesi acustica come unica soluzione, si distingue la voce controcorrente del Dott. Gilberto Ballerini. La sua visione ridefinisce il paradigma tradizionale: per migliorare realmente il benessere delle persone non è sufficiente farle “sentire meglio” con un dispositivo. L’audioprotesista deve essere centrale nel percorso che tenga conto delle esigenze individuali e restituisca la capacità di vivere pienamente la propria vita. Una filosofia che da oltre 40 anni guida Audiomedical di Pistoia, punto di riferimento per chi affronta deficit di udito.
Dott. Ballerini, dal suo osservatorio privilegiato di audioprotesista nota una maggiore consapevolezza nelle persone riguardo alla salute uditiva?
Inizio a registrare segnali di cambiamento. Le persone che si rivolgono al nostro centro dimostrano una nuova sensibilità a considerare il problema dell’udito nella sua complessità e non come un semplice difetto da correggere con un apparecchio. Sono più consapevoli che comunicare attiene alla salute, all’essere parte attiva nella società e che ripristinare la qualità della comunicazione vuol dire contribuire al benessere globale. Questo mi fa piacere in quanto il nostro impegno, da sempre, va oltre il concetto di far “sentire bene” gli utenti. Da anni mi batto per cercare di interpretare i valori che definiscono la nostra professione e per uscire dalla logica dell’ “applico un apparecchio e tutto è risolto”.
L’apparecchio non è sufficiente?
Proprio così. Oggi la tecnologia, grazie anche ai progressi dell’intelligenza artificiale, ha fatto passi da gigante, eppure il dispositivo è utile solo se integrato in un contesto di riabilitazione e accompagnamento. Se l’obiettivo principale è il benessere della persona, l’apparecchio deve rappresentare uno strumento all’interno di un percorso più articolato che tenga conto non solo del deficit uditivo del paziente, ma anche delle sue esperienze, del suo stile di vita e delle sue relazioni. Le porto un esempio…
Ci spieghi
Prendiamo il caso di due persone con lo stesso grado e tipo di perdita uditiva. Una ha una vita ricca di stimoli, legge molto, coltiva relazioni e ha sviluppato una certa agilità mentale, l’altra è meno allenata a interpretare i suoni e dispone di meno strumenti per esercitare il processo cognitivo, il che rende più difficile per lei partecipare alle conversazioni con gli altri, alla vita sociale. La discriminante, la differenza, la fanno la sensibilità e la capacità del professionista che deve considerare non solo la sordità, ma tutto il contesto della persona. In poche parole, partendo dal pari livello di perdita uditiva il medesimo apparecchio darà risultati dissimili perché le due persone sono diverse.
Quindi la figura dell’audioprotesista diventa centrale…
Sì. L’audioprotesista è un tecnico laureato con un profilo professionale riconosciuto da un ordine professionale, con un apposito albo che colloca la sua attività nell’area sanitario-tecnico-assistenziale. Pertanto opera nell’ambito della riabilitazione, e in questo contesto è fondamentale mettere al centro la persona nella sua unicità. Chi viene da noi deve sentirsi preso in carico, sviluppare un rapporto di fiducia reciproca poiché l’iter riabilitativo si costruisce insieme, lavorando in due.
Torniamo al tema che ha sollevato: il benessere.
Il benessere non è solo sentire meglio. Una volta soddisfatti i bisogni primari, il vero benessere è poter comunicare, esprimere ciò che sentiamo liberamente e confrontarci con gli altri. Significa vivere la vita al meglio, valorizzando il tempo che abbiamo e le cose belle che riusciamo a creare. È poter partecipare alle conversazioni senza sentirsi esclusi, mantenere vive le relazioni sociali. Ecco perché quando ci occupiamo di un paziente non stiamo solo correggendo un deficit, ma stiamo cercando di preservare la qualità della sua vita.
Ci sono degli esempi concreti che aiutano a capire meglio questa sua filosofia?
Ce n’è uno emblematico. Si è presentato da noi un manager abituato a viaggiare. Da un po’ di tempo, durante le sue trasferte all’estero, non riusciva più a percepire bene le parole in inglese. Tutti gli esami a cui si era sottoposto confermavano un leggerissimo deficit uditivo sulle frequenze acute, ma non al punto di dover ricorrere all’uso di protesi. Ascoltando attentamente la sua esperienza e le sue aspettative abbiamo definito il problema: con la lingua inglese la difficoltà a mettere a fuoco le consonanti in ambienti mascherati dal rumore (cene di lavoro, conferenze, incontri…) e a comprendere il significato delle parole aumentava sensibilmente. Dopo aver migliorato con protesi su misura il rapporto segnale/rumore le sue prestazioni nell’ascolto sono molto migliorate. Proprio perché nella quasi totalità delle perdite di questa minima entità non si interviene con le protesi, questo caso dimostra che non basta affidarsi alle misurazioni tecniche: bisogna ascoltare le persone e capire il loro mondo.
Lei dipinge l’audioprotesista come un buon ascoltatore.
Proprio così. L’audioprotesista deve saper ascoltare per poi cercare di aiutare le persone a comprendere il vero problema e, se necessario, incoraggiarle a operare un cambiamento comportamentale. Una corretta presa in carico stabilisce un canale di comunicazione prezioso poiché consente di affrontare argomenti più complessi e di parlare in modo più libero. Il che aiuta anche a distinguere tra ciò che è fisiologico e ciò che può essere determinato da una patologia.
Quanto conta l’esperienza del professionista in questo percorso?
Tantissimo. A condizione di mantenere vivo il piacere di fare professione e di mettersi in discussione. Sono tante le sfumature che un audioprotesista alle prime armi, per quanto preparato, può non saper cogliere. Si tratta in molti casi di vedere oltre il dato oggettivo, per quanto importante. La sfida è quella di restituire alla persona la capacità di interagire nel suo quotidiano e di vivere più pienamente la propria vita. O quantomeno prendersi la responsabilità di provarci.
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