Giorgio Risari: «Fromm ci ricorda che non siamo nati per obbedire, ma per pensare, amare e scegliere»

Filosofo, docente e autore, Giorgio Risari è considerato uno dei più importanti studiosi italiani di Erich Fromm. Da oltre quarant’anni ne studia e divulga l’opera, traducendo testi inediti e partecipando a conferenze internazionali. In questa intervista ci accompagna dentro il pensiero dell’autore di “L’arte di amare” e ci spiega perché oggi è più che mai attuale.

Come ha incontrato il pensiero di Erich Fromm?

È stato un incontro casuale ma folgorante. Avevo diciannove anni, frequentavo l’ultimo anno di liceo, e mi ero recato in libreria per acquistare un testo di Freud consigliato dal mio professore di filosofia. Ma accanto a quel libro c’era una copia de L’arte di amare di Fromm. L’ho preso, l’ho letto, e ho capito subito che avevo trovato qualcosa di diverso. Un modo chiaro, profondo e umano di parlare della vita, dei sentimenti, della libertà. Da lì non ho più smesso di leggere Fromm.

E da lettore appassionato è diventato studioso e divulgatore. Com’è successo?

Ho scelto Fromm come oggetto della mia tesi di laurea all’Università Cattolica, e da allora il mio percorso si è intrecciato con il suo pensiero. Dal 2005 faccio parte dell’International Fromm Society di Tubinga, in Germania, e sono l’unico italiano a ricevere regolarmente i bollettini e gli aggiornamenti dell’Istituto. Traduco testi inediti dal tedesco, partecipo a convegni in Europa e America Latina, e nel tempo ho raccolto più di 200 pubblicazioni internazionali su di lui. Non è solo studio: è un progetto di vita.

Cosa rende Fromm ancora così attuale secondo lei?

Il fatto che non abbia mai separato la dimensione psicologica da quella sociale. Fromm ci invita a riflettere su che tipo di esseri umani stiamo diventando. In Fuga dalla libertà, ad esempio, spiega come spesso preferiamo delegare le nostre scelte a un potere esterno, perché temiamo la responsabilità della libertà. Un meccanismo che vediamo ovunque ancora oggi. Oppure in Avere o Essere? dove analizza la società dei consumi e ci mostra come il bisogno di possesso abbia sostituito la ricerca di senso. Fromm ci ricorda che non siamo nati per obbedire, ma per pensare, amare e scegliere.

Che ruolo ha avuto Fromm nella sua formazione personale?

Un ruolo enorme. Fromm mi ha insegnato a non frammentare l’umano. A non separare il cuore dalla ragione, l’etica dalla politica, la psiche dalla storia. Per lui l’amore non è un sentimento privato, ma una forma di presenza responsabile nel mondo. La sua è una psicologia umanistica, critica, profondamente attenta alla libertà e alla dignità delle persone.

Qual è, secondo lei, l’aspetto meno conosciuto del pensiero frommiano?

La sua dimensione empirica. Fromm non era solo un teorico. Nel 1929 condusse una ricerca sociologica tra gli operai tedeschi, in cui individuò segnali preoccupanti di attrazione per il pensiero autoritario, anche tra le classi popolari. Una ricerca lucida e profetica, che fu censurata all’epoca, ma che oggi ci aiuta a capire molte dinamiche della nostra società. Di questo lavoro ho parlato in diversi convegni internazionali, anche in Brasile, dove sarò di nuovo relatore a novembre.

Lei ha detto che Fromm non si limita a spiegare l’essere umano, ma invita a trasformarlo. In che senso?

Fromm non si accontenta della diagnosi. Non basta osservare i comportamenti umani: bisogna capire dove portano, che tipo di società costruiscono. Il suo pensiero spinge le persone a diventare più consapevoli, più critiche, più attive. È un pensiero che chiede trasformazione ed impegno: personale, relazionale, collettiva.

Cosa rende così speciale, per lei, l’atto di tradurre personalmente i testi inediti di Fromm?

Tradurre non è solo un lavoro tecnico: è un gesto di ascolto profondo. Stare dentro il testo originale, sentire il ritmo della lingua, cercare il termine più preciso è un modo per avvicinarsi davvero al pensiero di Fromm: è un “ascolto” – come direbbe lui metaforicamente- attraverso” un terzo orecchio” (come del resto deve avvenire nella seduta psicoanalitica). E spesso, proprio nei testi meno conosciuti, emergono intuizioni che sorprendono ancora oggi.

Crede che oggi manchi un’eredità culturale di questo tipo? Cosa rischiamo di perdere se smettiamo di studiare pensatori come Fromm?

Rischiamo di perdere una bussola. Fromm ci offre strumenti per pensare in modo complesso, per non cadere nella semplificazione e nella polarizzazione. In un tempo in cui tutto sembra spinto all’estremo, lui ci ricorda che la libertà non è scegliere tra due opposti, ma trovare un modo autentico di stare al mondo. Senza pensatori come lui, rischiamo un appiattimento culturale e umano, nonché un uso “schizoide” e paranoide” del nostro modo di pensare.: il dibattito politico moderno ne è, purtroppo, un esempio.

Come si può avvicinare oggi un giovane al pensiero di Fromm?

Mostrandogli quanto sia concreto. Fromm parla della paura ma anche del bisogno di amare nella varietà delle forme (erotico, sentimentale, relazionale, materno, fraterno, etico), del bisogno di approvazione, della fuga dalle responsabilità. Temi che ogni ragazzo, ogni persona, può riconoscere nella propria esperienza. Ma lo fa con una profondità che non giudica, che non semplifica. E poi, oggi più che mai, abbiamo bisogno di pensatori che non ci dicano solo cosa pensare, ma che ci aiutino a capire come pensare. Fromm è uno di questi.

Sta lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto aggiornando il mio libro su Fromm con nuovi materiali inediti, e da novembre, essendo ormai in pensione, potrò dedicarmi ancora più intensamente a questo lavoro. Vorrei che ci fosse maggiore attenzione anche in Italia verso un pensiero così ricco. Non è solo una questione accademica. Fromm ci riguarda. Parla di noi.

C’è un messaggio che vorrebbe lasciarci in chiusura?

Sì: che l’essere umano ha dentro di sé risorse enormi, ma spesso dimentica di averle. Fromm ci spinge a riscoprirle. Ci dice che è possibile vivere in modo più consapevole, più libero, più umano, più “vitale” (nel senso di essere più vicino alle sorgenti profonde ed essenziali della vita). E questo, in fondo, è il senso del mio impegno: aiutare le persone a riscoprire la forza del pensiero, e il coraggio di essere se stessi, vivendo una “vita buona”, cioè ben vissuta al meglio delle nostre possibilità reali.

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