Alla scoperta del corpo umano con l’osteopata Olivier Strebelle

Il nome tradisce la sua origine belga. L’accento un po’ francese pure. Ad onor del vero l’osteopata Olivier Strebelle di lingue ne parla quattro: francese, inglese, spagnolo, soprattutto italiano, essendo dall’età di quattordici anni radicato nella città di Roma dove da circa venti anni svolge anche la sua professione, dopo una formazione internazionale nel campo dell’osteopatia. Quattro lingue più una quinta, universale, tipica dell’osteopata, che gli permette di ascoltare il corpo umano.

Quali sono le caratteristiche di un osteopata? 

“Profonda conoscenza dell’anatomia del corpo umano e capacità di coglierne i segnali”.

E’ ciò che fa anche il fisioterapista (chiropratico o chinesioterapista)?

“Il fisioterapista cura il dolore, l’osteopata cura il dolore partendo però dall’origine del sintomo. Le faccio un esempio. Se in casa c’è una macchia di umidità in un angolo, lo si può imbiancare e la macchia di umidità passa. Ed è quello che fa la fisioterapia. Ma quella macchia di umidità prima o poi tornerà. Oppure si può cercare di capire se la stanza non è sufficientemente areata, se è esposta male, se il riscaldamento non è adatto alla costruzione, e così via. Questo è quello che fa l’osteopatia, ovvero prima di curare andare all’origine del dolore. L’approccio nei confronti del corpo umano non è focalizzato su un punto, ma è globale”.

Questo significa che se ho fastidio ad un ginocchio, non è detto che il dolore dipenda dal ginocchio. E’ così?

“Esattamente. L’80% dei miei pazienti viene da me lamentando fastidi o dolori alla schiena. Nel fare la visita oppure nell’osservare la postura o il loro modo di muoversi, ancor prima di verificare con gli esami diagnostici lo stato dell’apparato muscolo scheletrico e delle articolazioni, mi accorgo che il problema non è lì dove la schiena duole, ma ha origine altrove”.

Oltre al mal di schiena, quali sono i sintomi che portano le persone a rivolgersi ad un osteopata?

“Mal di testa, disturbi del sonno, dolori addominali, difficoltà respiratorie”.

L’osteopata dunque non si occupa solo delle ossa, come il nome farebbe pensare?

“Se ho un problema allo stomaco, può mai la mia schiena, che è il “vicino di casa”, non soffrirne?L’osteopata si occupa delle articolazioni, dell’apparato muscolo scheletrico e di tutto ciò che si muove, perché per noi il movimento è vita. L’insieme delle articolazioni significa l’insieme di tutte le superfici che si muovono e che aderiscono all’apparato muscolo scheletrico. Anche la pelle che si muove è articolare. Il movimento è vita e il nostro obiettivo è ridare mobilità e riportare il corpo ad uno stato di equilibrio psico-fisico”.

Una disciplina che non dovrebbe contrastare con la medicina tradizionale, eppure…

“C’è ancora molta disinformazione sull’osteopatia. Abbiamo una specie di caccia alle streghe da parte dei medici tradizionali verso l’osteopatia soprattutto in Italia, causata anche dal fatto che i percorsi di formazione talvolta erano superficiali e approssimativi. Solo dal 2013 l’attività di osteopata è stata riconosciuta in Italia come professione e inserito dall’OMS tra le medicine tradizionali”.

La formazione internazionale quanto incide sullo sviluppo della professione?

“Per mia esperienza di vita e familiare, a prescindere dal percorso professionale, ho avuto la possibilità di imparare a parlare diverse lingue, e questo mi agevola nel rapporto con i pazienti che provengono dai circuiti delle ambasciate o della Fao e che lavorano a Roma, oppure mi rende facilmente punto di riferimento degli stranieri, turisti di passaggio che risiedono per pochi giorni nella capitale e che magari restano bloccati con qualche postura errata o comportamento imprudente. Oggi anche in Italia ci sono ottime scuole, ma la formazione internazionale a me ha offerto oltre venti anni fa di studiare per cinque anni almeno osteopatia e di affinarmi sulle tecniche provenienti da ogni dove e più all’avanguardia”.

Una delle tecniche che lei utilizza è quella del dottor Jones, ancora poco diffusa.

“Si tratta di una tecnica che parte dall’individuazione della posizione comoda del paziente e dà a noi osteopati la possibilità di monitorare il muscolo o l’articolazione dolente del paziente da un punto di osservazione privilegiato (il tender point), sfruttando un brevissimo arco di tempo, circa 90 secondi, in cui il paziente dovrà mantenere quella posizione. Una tecnica indolore, “dolce”, adatta davvero a pazienti di ogni età, anche anziani, che soprattutto serve a riprogrammare l’equilibrio neuro-muscolare del paziente e l’equilibrio in generale”.

Equilibrio in generale, perché?

“Non dimentichiamo “mens sana in corpore sano”. Se il corpo non soffre, anche la mente sta meglio”.

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Leggi l’approfondimento Ansa Olivier Strebelle “Bastano 90 secondi per riprogrammare il sistema neuro-muscolare”

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