L’evoluzione della casa di riposo secondo “Ad Maiores”

Da semplice residenza rivolta alle persone anziane la cui autosufficienza è venuta a mancare a realtà complessa e fortemente articolata, dove si svolgono tante attività e si compie il ciclo della riabilitazione estensiva: «La chiave del futuro? Attenzione ai nuovi bisogni espressi dai cittadini e alla Total Quality Management», spiegano Tiziana Kert  e Claudio Berlingerio- Intervista ai titolari di “Ad Maiores”.

 Claudio Berlingerio, lei è presidente dell’associazione che riunisce numerose case di riposo di Trieste e conosce il territorio meglio di chiunque altro. Inquadriamo il settore.

«Prima di parlare del quadro normativo, a oggi ancora in evoluzione, mi preme fare una precisazione. Trieste è una città che segue il trend nazionale, fortemente atomizzata dove, spesso, il vicino di casa è un estraneo e la micro-famiglia che fatica a reggere l’urto delle criticità derivanti da un radicale cambiamento socio-comunicativo: in questo scenario, l’assistenza ad una persona, in la con gli anni, alle volte non completamente autosufficiente, può essere un problema. In tale contesto il ruolo delle case di riposo è nevralgico».

Anche perché gli ospedali assistono i pazienti nella prima fase della malattia, quella acuta.

«Le strutture ospedaliere devono svolgere il loro ruolo prevalente: cioè curare le  acuzie delle persone che necessitano di prestazioni sanitarie e riabilitative. Sul fronte delle post-acuzie e dell’assistenza a medio lungo termine, entrano in campo nuovi attori sia pubblici sia privati, con strutture ad hoc adatte ad accogliere anche persone affette da demenza senile o da altri disturbi. Nel tempo, la nostra Confederazione si è accorta che la legislazione regionale presentava alcune carenze interpretative. Di fatto, abbiamo proposto un articolato disegno di legge che è stato subito accolto dalle istituzioni interagenti. Dalla legge regionale 19/’97, che costituiva la prima vera micro-riforma del settore privato, molta strada è stata fatta.  Oggi, tuttavia, assistiamo da un lato a un aumento dei bisogni della popolazione e dall’altro a una forte contrazione delle risorse economiche pubbliche destinate alla famiglia e al sociale».

Poi c’è il regolamento che prevede la riclassificazione di tutte le case di riposo del Friuli Venezia Giulia, varato dalla Regione, giusto?

«E’ vero. In accordo con la Regione, è stato avviato un percorso di messa a norma di tutto il settore sia pubblico sia privato. Una materia irta di complicazioni e di criticità.  Quel regolamento fa fatica a essere applicato. Il volano del processo di cambiamento in atto nel Paese, richiesto anche dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) urta contro metodologie e modelli gestionali spesso ritenuti superati dal punto di vista storico e culturale. Regole severe su stanze, luci, metrature, servizi igienici, mobili, letti, aria condizionata e così via non sono sufficienti a ridisegnare dal punto di vista sociologico la dimensione macro-sociale contemporanea, dove  l’orizzontalità della speranza di vita dei cittadini anziani assume connotati socio-antropologici assai rilevanti per il nostro Paese. Il regolamento regionale in sé sembra occuparsi solo dei meri aspetti strutturali che metterebbe fuori norma più della metà delle case di riposo polifunzionali (a Trieste se ne contano circa 90, ndr)».

Ad Maiores interagisce con i distretti sanitari e con i medici di medicina generale, mentre durante la notte c’è la guardia medica. Anche questi sono punti toccati dal Regolamento?

«Esatto. Noi siamo già uniformati ai nuovi standard previsti dalla normativa regionale: l’assistenza medica e la collaborazione con i distretti sanitari devono essere la stella polare. Da questa collaborazione già da lungo tempo avviata, sono nate grandi occasioni per rispondere in modo moderno e funzionale ai nuovi bisogni espressi dai cittadini con i capelli bianchi».

In questo scenario s’inseriscono i grandi gruppi economici che, anche all’estero, stanno monopolizzando il settore dell’assistenza.

«Ancora da noi non sono arrivati fortunatamente. Con strutture del genere si corre il rischio opposto: avere una clonazione del modello svedese. Grandi spazi, attenzione all’estetica e all’apparenza. Una sorta di lager, una prigione dorata. Ad Maiores punta ancora ad un forte coinvolgimento della famiglia e alle reti di parentela con le quali la struttura di accoglimento entra in contatto».

Ad Maiores è stata recentemente interessata ad un capillare intervento architettonico mirato ad aumentare la qualità della vita delle persone ospitate.

«Le esigenze degli anziani di oggi sono mutate. La casa di riposo ideale mira a non spersonalizzare chi decide di trascorrervi la propria vita.  La progettazione architettonica da noi studiata ha prestato particolare attenzione agli spazi comuni e personali affinché non siano asettici come le corsie di un ospedale, ma calorosi e accoglienti come una casa, dove gli ausili per persone con deficit siano caratterizzati da piccoli accorgimenti che li rendano più accettabili».

Dott.ssa Kert, lei ha un’esperienza pluriennale nel settore e conosce i bisogni delle persone anziane. Qual è la chiave per esaudirli?

«Entrare in empatia.  Percepire e farsi carico delle esigenze di ciascun ospite, dando risposte le più possibili personalizzate. L’accoglienza non ha un inizio e una fine, ma è un percorso continuo che si sviluppa ogni giorno. Occuparsi delle persone, del loro ben-essere, delle attività di animazione, dell’aspetto ricreativo, organizzare uscite e attività collaterali di svago. Disporre di un personale altamente specializzato, non solo infermieristico, con competenze diverse. Queste sono cose essenziali».

Immagino tutto ciò faccia lievitare il costo…

«Affatto. La qualità dei servizi offerti deve essere figlia dell’ottimizzazione delle risorse e non dell’aumento dei costi.  Ad Maiores è una struttura modulare, con una triplice specializzazione: accanto alla casa di riposo tradizionale, coesiste la possibilità di curare la fase di post-acuzie, quindi una riabilitazione che si apre sul territorio».

Che consiglio darebbe a una persona autosufficiente per scegliere una casa di riposo?

«Ognuno deve scegliere in base ai propri valori e ai propri gusti. A volte capitano persone che vogliono stare in Ad Maiores, non solo per l’assistenza medica d’eccellenza o la possibilità di uscire liberamente, ma per piccoli dettagli: c’è chi adora l’animazione, chi si coccola con il frigobar in camera. Ognuno ha piccole inclinazioni personali da esaudire».

Per quanto riguarda la parte alimentare?

«Innanzitutto, rispettiamo la tradizione della cucina locale e, in generale, privilegiamo i gusti e i sapori che hanno accompagnato la vita dei nostri ospiti. Il pasto rappresenta uno dei momenti più piacevoli della giornata e, pertanto, va data tutta l’importanza che merita. Si deve variare spesso Il menù e utilizzare sempre verdura e frutta fresche. Cucinare bene con un occhio di riguardo alle grammature, alle calorie, ai carboidrati, ai grassi ed alle proteine».

Invece che consiglio darebbe a un figlio per individuare la residenza per un genitore?

«Prima di tutto gli chiederei se, prima di decidere per la casa di riposo, ha valutato attentamente tutte le soluzioni alternative in modo da poter fare una scelta consapevole. Poi gli consiglierei di visitare più strutture per rendersi conto delle differenze e alla fine scegliere la struttura che “assomiglia” di più al suo genitore».

Per concludere, sono passati quarant’anni dalla rivoluzione realizzata proprio a Trieste da Franco Basaglia nel trattamento del disagio mentale. Vi chiedo: vi rendete conto che state realizzando anche voi una piccola riforma per quanto riguarda il mondo degli anziani?

«Ne siamo assolutamente consapevoli e siamo orgogliosi di essere protagonisti di questa rivoluzione che inizialmente ha interessato il disagio mentale e oggi si occupa della tutela delle persone anziane contrastando ed aborrendo tutte le pratiche di contenzione meccanica, fisica e farmacologica. L’art. 13 della Costituzione afferma che “la libertà personale è inviolabile” e noi ci crediamo davvero e ci comportiamo di conseguenza».

È vero che avete raccolto 15 storie di anziane in un volume?

«Sì, “Donne con i capelli bianchi”, uscirà tra poco. E’ anche questo un modo per non disperdere il patrimonio antropologico che si respira a contatto con gli anziani. Non dobbiamo mai dimenticarlo».

 

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Leggi l’approfondimento Ansa Così “Ad Maiores” rivoluziona il mondo delle case di riposo

 

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