Riccardo Canero, L’approccio innovativo del fisiatra interventista

Nato in una famiglia di medici, la passione e la curiosità professionale lo hanno spinto, sin da giovane, a non accontentarsi di quello che la sua specializzazione, la fisiatria, offriva, ma ad esplorare le connessioni possibili con altre branche della medicina e ad avere nei confronti di pazienti e patologie un approccio innovativo e personalizzabile. Caratteristiche che hanno reso lo studio-ambulatorio che, il dott. Canero ha a Napoli, un punto di riferimento per pazienti provenienti da ogni angolo della Campania e non solo. L’innovazione dell’approccio verso il paziente inizia già con la prima visita, definita non a caso terapeutica.

Dottore, cosa fa un fisiatra interventista e in cosa si differenzia rispetto al fisiatra tradizionale?

“Il fisiatra interventista, non si limita a prescrivere un programma di fisioterapia, ma interviene, in via mininvasiva, nel trattamento delle patologie muscolo-scheletriche, eseguendo in prima persona, le terapie più opportune. La differenza è sostanzialmente in questo: da un lato c’è il fisiatra “prescrittore”, dall’altro quello interventista che agisce già durante prima visita, sul dolore del paziente, portando un sollievo immediato”.

Facciamo un esempio. Vado dal medico (fisiatra) per un dolore alla cervicale.

“A quel punto bisogna procedere con una prima visita ed eventuali indagini diagnostiche per capire se quel dolore è cronico o acuto. Tra l’altro, il dolore al tratto della cervicale rappresenta una patologia molto frequente: è un punto di grande somatizzazione, spesso utilizziamo male questi muscoli per discopatie, cattiva masticazione o altro ancora. Se è cronico, come avviene quasi sempre per la cervicale, a meno che non si tratti di un’urgenza chirurgica, per sciogliere la tensione e il dolore, utilizzare metodiche giuste, in studio già nella prima seduta può essere molto più efficace (soprattutto immediatamente efficace) rispetto alla sola terapia farmacologica antinfiammatoria o miorilassante. E può risolvere in tempi decisamente più rapidi”.

Con il risultato di avere una guarigione immediata?

“No, non ci sarà guarigione immediata, poiché bisognerà lavorare sulla causa di quel dolore, ma il paziente tornerà a casa con una sensibile riduzione del dolore del 30-50% circa. E sarà più motivato nell’affrontare l’intera terapia”.

 

Dunque, visita terapeutica significa che la terapia nasce nella visita stessa?

“Si, si visita il paziente e si interviene con la terapia, considerando il trattamento da effettuare in base al tipo di dolore, alla storia clinica del paziente, valutando talvolta gli esami diagnostici e partendo dalle dovute differenze tra patologie croniche non chirurgiche e acute”.

Facciamo un altro esempio. Stavolta il paziente viene allo studio per un dolore al ginocchio.

“Anche in questo caso bisogna capire se è un dolore acuto, ad esempio da trauma. In tal caso occorre un approccio diverso con ghiaccio, riposo, terapia farmacologica antinfiammatoria. Quando il dolore non è acuto e non richiede risoluzioni chirurgiche (per un menisco rotto al ginocchio, vado direttamente dall’ortopedico; per una tendinite del rotuleo, vado dal fisiatra), l’approccio dal punto di vista terapeutico è completamente diverso. Se il mio ginocchio ha invece una tendinite o una mialgia, non ci sono indicazioni chirurgiche. Significa cioè che non ho lesioni, ma una risposta del tessuto al trauma subito, dettata dall’infiammazione”.

In questo caso si può intervenire subito con la terapia?

“Il problema, quando c’è dolore cronico, è spesso caratterizzato (e determinato) da una degenerazione del tessuto e non da un’infiammazione semplice: ciò significa che devo indurre una biostimolazione: il tessuto da solo si deve rigenerare. Il fisiatra può ricorrere a diverse metodiche di intervento. Una delle più recenti è l’infiltrazione a base di collagene, che dà un supporto al tessuto: il collagene si deposita nel tendine e lo rinforza. Ovviamente a seconda del caso specifico, le terapie possibili sono più di una e spesso integrabili tra loro”.

Mi sembra di capire che esistano molteplici tecniche o metodiche…

“Molteplici e tutte personalizzabili, perchè la risposta all’una o all’altra terapia varia a seconda anche del paziente. Nel nostro campo l’innovazione ci porta a studiare continuamente e ad avvalerci non solo di nuove apparecchiature, ma di tecniche diverse e contaminazioni tra varie discipline mediche. Pensi che negli anni 1995-1996, al primo anno di specializzazione in Fisiatria, dopo aver conseguito la laurea in Medicina alla Federico II di Napoli, mi sono trovato a lavorare in un gruppo di ricerca per l’utilizzo delle onde d’urto elettromagnetiche focalizzate, per mano medica, sulle patologie dell’apparato muscolo-scheletrico. Eravamo in Europa uno dei tre gruppi di ricerca sul tema (Napoli, Berlino, Londra). Oggi le onde d’urto focalizzate sono divenute una tecnica molto utilizzata nel campo della fisiatria anche se non disponibile presso tutti gli studi e ambulatori di fisiatria”.

La tecnologia che fa passi da gigante, a beneficio dei pazienti.

“Quando si usava l’ultrasuono per trattare dolori cronici, con 20-30 sedute si riusciva ad ottenere nel paziente un miglioramento del 30-40%. Oggi il trattamento è stato surclassato dalle onde d’urto elettromagnetiche focalizzate: un’onda d’urto corrisponde a mille ultrasuoni. Con questa tecnica fai quattro sedute, due volte a settimana e ottieni lo stesso risultato delle 30 sedute con ultrasuono. Così anche l’impegno di recarsi in un ambulatorio per la terapia diventa facilmente gestibile per il paziente”.

Anche questa è innovazione: terapie che durano meno e sono più efficaci.

“Innovazione sono apparecchiature sofisticate, ma è anche l’approccio della visita terapeutica, nella quale il paziente entra nello studio e torna a casa con un sollievo immediato dal dolore. La cadenza bisettimanale con cui possiamo effettuare i trattamenti ha sostituito la necessità di trattamenti giornalieri di prima. In oltre ci consente di usare meno la chimica farmacologica. Nel caso in cui si intervenga nel postchirurgico per la riabilitazione, avere la possibilità di iniziare i trattamenti quando il paziente è ancora immobilizzato, attivando funzioni del nervo del muscolo 3 o 4 giorni dopo l’intervento, anche questa è innovazione.

 E considerare gli aspetti psicologici del paziente?

“Anche questo approccio è innovativo, in un momento nel quale peraltro il paziente può spesso sentirsi smarrito, sfiduciato, a non avere punti di riferimento e certezze. L’iperspecializzazione ci permette spesso di dare una risposta immediata al paziente e anche al suo dolore; questo significa “mentalizzare” il paziente sulla fase di guarigione e fargli vedere in prospettiva i tempi di recupero. Un processo semplice, ma è fondamentale individuare la terapia giusta e far sì che il paziente la segua con convinzione e consapevolezza”.

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Leggi anche Riccardo Canero, Per curare il dolore devi saper ascoltare chi lo prova.

Leggi l’approfondimento Ansa  La nuova fisiatria nasce dalla contaminazione di metodiche differenti

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