Narratrice e coach, Simona Festa costruisce percorsi di consapevolezza per aziende, scuole e gruppi. Dai romanzi noir ai laboratori sulla relazione, il suo approccio unisce narrazione, ascolto e prevenzione culturale della violenza.
Simona Festa, ci può raccontare in due parole chi è Simona Festa?
Sono una professionista dell’ascolto. Scrivo, osservo, accompagno. Il mio lavoro nasce dall’unione tra narrazione e formazione: due modi diversi per dare voce a ciò che spesso non viene detto. Che si tratti di aziende, scuole o individui, il mio obiettivo è aiutare a comprendere, prima che certe dinamiche diventino problema.
Lei affronta spesso il tema della violenza relazionale. Cosa significa farlo senza sensazionalismi?
Significa partire dal linguaggio. Le parole che scegliamo per raccontare una dinamica sono importanti quanto la dinamica stessa. Se parliamo solo quando la violenza esplode, siamo già in ritardo. Serve attenzione prima, nelle crepe sottili, nei silenzi, nei gesti che non fanno notizia ma scavano. Raccontare senza sensazionalismi vuol dire non spettacolarizzare il dolore, ma dare strumenti per riconoscerlo. In tempo.
Lei, infatti, parla spesso di “prima del trauma”. Può approfondire questo concetto?
Certo. Agire prima del trauma significa intervenire nel punto esatto in cui qualcosa può ancora cambiare. Quando una relazione comincia a incrinarsi, quando i segnali ci sono ma non fanno ancora rumore. È lì che si gioca la vera prevenzione. Io non sono una terapeuta: mi muovo su quel confine sottile tra disagio e consapevolezza. Se lavoriamo in quel momento, possiamo evitare che il dolore diventi danno.
In quali contesti lavora e con quali obiettivi?
Lavoro in tre ambiti principali: aziende, scuole e percorsi dedicati alle donne.
Nelle aziende accompagno dirigenti e team leader a riconoscere e disinnescare dinamiche tossiche che bloccano la collaborazione: rigidità, non detti, gerarchie invisibili.
Nelle scuole lavoro con ragazze e ragazzi sulla consapevolezza emotiva e relazionale, affrontando anche temi cruciali come il consenso, il rispetto e la violenza di genere.
Con le donne conduco percorsi individuali e di gruppo per riconoscere i segnali della violenza relazionale — psicologica, verbale, emotiva — e tornare a leggere la realtà con occhi più liberi.
Il mio obiettivo è uno: dare strumenti per nominare ciò che spesso resta confuso o normalizzato. Perché ciò che si riconosce in tempo, si può cambiare.
Cosa significa “creare uno spazio non giudicante”?
Significa permettere alle persone di dire, finalmente, ciò che di solito tengono dentro. Senza paura di essere interrotte, etichettate o corrette. Uno spazio non giudicante non è neutro: è uno spazio vivo, in cui chi parla si sente davvero ascoltato. Quando questo accade, i gruppi iniziano a raccontarsi. E da lì può iniziare un vero lavoro.
Non offro soluzioni preconfezionate. Accompagno le persone a fare chiarezza su ciò che sentono, a rimettere ordine nel caos. Perché solo quando qualcosa può essere nominato, può anche essere trasformato.
C’è una responsabilità sociale in quello che fa?
Sì, ed è una responsabilità civile. Nei miei interventi mi trovo spesso in contesti fragili, sebbene ancora aperti al cambiamento: scuole, gruppi misti, ambienti di lavoro in cui le tensioni non sono ancora esplose ma possono essere in germe. Offrire strumenti e linguaggi diversi aiuta a prevenire derive relazionali e a costruire una cultura della relazione più consapevole, facendo un passo avanti verso il cambiamento. È questa a mio avviso la grande responsabilità del lavoro educativo.
Riguardo al suo lavoro nelle scuole, come reagiscono i ragazzi a questi argomenti?
Con grande lucidità. Hanno bisogno di parole per dire quello che provano. Nei miei laboratori lavoriamo su emozioni, confini, rispetto. Se non offriamo loro strumenti, assorbiranno modelli tossici senza neanche rendersene conto. L’educazione relazionale dovrebbe essere parte stabile del percorso scolastico.
E in merito ai suoi interventi rivolti alle aziende, in che modo si collega il lavoro sul linguaggio a quello sul clima organizzativo?
Spesso vengo chiamata dalle aziende per sondare i motivi di un calo delle performance, per poi scoprire che tutto o quasi dipendeva dalle relazioni. Ogni ambiente di lavoro è fatto di linguaggi impliciti: regole non dette, gerarchie informali, automatismi relazionali. Se non li portiamo alla luce, creano tensione, malessere e di conseguenza anche inefficienza. Aiuto i gruppi a rendere visibili questi meccanismi e a costruire modi nuovi di comunicare e collaborare.
Lei è anche scrittrice di noir, con il romanzo Maschere e omicidi: il gioco dell’inganno. Che ruolo ha la scrittura nei suoi percorsi?
Un ruolo centrale. La scrittura è una risorsa potentissima per far emergere le strutture profonde delle relazioni. In aula uso spesso la scrittura autobiografica guidata, i risultati sono sorprendenti. Non serve essere scrittori, basta avere uno spazio dove mettere in fila le cose, dare un ordine ai propri vissuti.
Parliamo del suo vademecum Empowerment e Rinascita. Come nasce e a chi è rivolto?
Nasce da tante richieste ricevute nei gruppi e nei percorsi individuali: «Cosa posso leggere per iniziare a capire?». È un testo agile, con esercizi, domande-guida, mappature relazionali. Serve a riconoscere le dinamiche di controllo, a rimettere ordine nei propri vissuti. È pensato per chi è già dentro una dinamica tossica, ma vuole intervenire quando il disagio è ancora riconoscibile e reversibile. Lo uso anche nei gruppi, perché molte di queste situazioni sono condivise, anche se vissute in solitudine. È uno strumento per rimettere ordine, quando ancora si può cambiare direzione.
Secondo lei, la violenza di genere si può prevenire?
Si può e si deve. Ma non con slogan. Serve un’educazione alla relazione, all’empatia, al riconoscimento dei confini. Questo vale per tutti: adolescenti, adulti, uomini e donne. Spiegare cosa vuol dire rispetto, come si manifesta la manipolazione, dove nascono i pregiudizi. È un lavoro culturale e civile, prima che giuridico o assistenziale.
Come si trasforma una presa di coscienza in cambiamento concreto?
Attraverso la pratica. Non basta capire razionalmente. Nei gruppi, lavoro molto con esercitazioni e role-playing. Anche piccoli spostamenti generano nuove possibilità. Quando le persone vedono che si può stare meglio, cominciano a voler cambiare davvero.
C’è un messaggio che le sta più a cuore?
Non esistono relazioni neutre. Ogni relazione genera effetti. Sapere come funzionano — e cosa le alimenta — è il primo passo per vivere meglio, in qualunque contesto. A volte basta chiamare ciò che si vive con il suo vero nome, per cominciare davvero a trasformarlo.
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